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XXVII Concerto Annuale del Coro dell’Università

XXVII Concerto Annuale del Coro dell’Università nel Giugno Pisano che avrà luogo GIOVEDI’ 4 GIUGNO alle ore 21:15 nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria.

la locandina con il programma

Dirigerà il maestro Stefano Barandoni.

L’ingresso è libero.

Programma di sala

XXVIIConcertoannualenelGiugnoPisano

Haendeliana

Georg Friedrich Händel (1685-1759)

Zadok the Priest, HWV 258

The trumpet shall sound, HWV 56

Dettingen Te Deum, HWV 283

Coro dell’Università di Pisa Tuscan Chamber Orchestra

Carlo Cigni, basso

Stefano Barandoni, direttore

Introduzione al concerto

Di Fabrizio Cigni, Responsabile scientifico del Polo Musicale “Maria Antonella Galanti” – CIDIC

Le guerre che funestarono l’Europa durante il Sette e Ottocento dettero perlomeno un forte impulso alla produzione musicale dei maggiori compositori del periodo. Ad ogni vittoria spesso seguivano solenni «Te Deum» di ringraziamento. Lo stesso inno celebrava firme di trattati, convegni e congressi. Nel 1743, nel corso della Guerra di Successione austriaca (1740-1748), la «Prammatica Armata», una delle tante coalizioni che si formavano e scioglievano nel breve volgere di uno o due anni (comprendente nel caso specifico Gran Bretagna, Sassonia e Savoia in appoggio a Maria Teresa d’Austria), batté l’esercito francese a Dettingen, in Assia. Per festeggiare degnamente il vincitore (re Giorgio II di Hannover), nonostante uno stato di salute non buonissimo, Händel, già autore dello stupendo Messiah, eseguito nel marzo dello stesso anno al Covent Garden, e del cosiddetto Te Deum “di Utrecht”, non poté sottrarsi all’incarico di comporre, adottando il testo inglese in uso presso la Chiesa Anglicana, un nuovo oratorio che, insieme all’anthem “The King shall rejoice in thy strength”, fu eseguito il 20 settembre di quello stesso anno nella cappella reale di St. James. Per anthem si intende un Inno di ringraziamento affidato al coro, simile al mottetto, ma tipicamente inglese e ispirato alla Bibbia nella versione cosiddetta “di re Giacomo”. Il concerto di questa sera ne prevede uno di apertura, “Zadok, the Priest”, composto per l’Incoronazione di Giorgio II nel 1727 (tratto dal Primo Libro dei Re), seguito da un brano dal Messiah, “The Trumpet shall sound” (tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi), scritto per la voce prediletta da Händel per queste occasioni solenni, quella del basso.

Venendo quindi al Te Deum “di Dettingen”, è noto che Händel utilizzò, secondo una prassi dell’epoca, molto materiale del Te Deum del milanese Francesco Antonio Urio, composto intorno al 1682, come già aveva fatto per l’oratorio Israel in Egypt, del 1739 (la copia della composizione di Urio attualmente conservata presso la British Library proviene dalla sua biblioteca). Ne risultò un imponente lavoro marziale e monumentale insieme, ma a tratti anche sospeso e tragico, ben rappresentativo sia della maturità artistica del compositore che del clima storico-musicale del teatro di corte inglese di pieno Settecento. Esso può suddividersi in 11 numeri, che si succedono secondo un piano tonale di voluta circolarità; ordinatamente ‘asimmetrica’ è anche la disposizione dei brani corali rispetto agli unici due veri a solo, assegnati ancora una volta alla voce di basso. Altri brani prevedono l’intervento solistico di contralto e tenore, ma nell’esecuzione che ascolterete le parti affidate a queste voci saranno eseguite dalle sezioni corrispondenti del coro. Il primo brano (We praise thee, o God) si apre con una fanfara di grande impatto, intonata da tutta l’orchestra all’unisono, che conduce all’impressionante ingresso del coro. Händel ottiene un forte impatto sonoro e un inequivocabile senso di sicurezza e stabilità (qui il tema di Urio è ripetutamente citato, amplificato, particolarmente in prossimità della chiusa finale). Il n. 2 (To thee all angels cry aloud) ci porta al pianto degli angeli. Chiari influssi vivaldiani non sono esenti da queste note: gli archi riprendono in modo ostinato l’andamento puntato (figura tipica della retorica musicale settecentesca), nel corso di tutto il movimento. I soprani soli annunciano le lacrime d’invocazione degli angeli con una frase di tormentata dolcezza, mentre le voci maschili ne commentano il dolore: Händel abilmente gioca sulla possibilità di interpretare nella lingua inglese il verbo to cry, che vale sia per ‘urlare’ che per ‘piangere’. Il n 3 (To thee Cherubim and Seraphim) ci riporta alla tonalità solare di re maggiore, chiudendo così circolarmente una prima sezione dell’opera. Un’altra esplicita citazione da Urio introduce solennemente il ritorno del coro, che dialoga inizialmente con gli archi e in seguito con gli oboi. Si apre quindi una pagina di straordinaria perizia contrappuntistica: Händel infatti assegna alternativamente a una voce del coro – o anche a più voci contemporaneamente, in seguito – un cantus firmus che viene commentato dalle altre voci con una figurazione quasi perpetua, che dipinge la parola «continually». Il n. 4 (The glorious company) ci conduce nel cuore del Te Deum: l’introduzione strumentale, affidata agli archi, è sostenuta da un basso andante che richiama la processione di Apostoli, Profeti e Martiri citati nel testo. Essi sono solennemente annunciati dal basso, mentre le altre voci ne rivelano l’atto di devozione nei confronti dell’Onnipotente. Le voci si riuniscono infine

in modo simbolico nel momento di intonare «Holy Church». Thou art the King of Glory, quinto numero, è una dichiarazione della gloria di Cristo: inizia il solista, e il coro entra insieme all’orchestra tutta per ribadire in modo possente il senso del testo. Il numero che segue (When thou tookest upon thee), è pensato in contrasto con il precedente: un solo del basso, accompagnato dagli archi in un clima di raccoglimento e serenità. Cinque accordi in sol minore staccati, improvvisi, cupi, spazzano la tonalità di la maggiore e la leggiadria del movimento precedente, annunciando l’ingresso del coro nel n. 7 (When thou hadst overcome), che si arresta sospeso sull’accordo di dominante. Esplode quindi il tutti orchestrale, con il ritorno delle trombe e dei timpani: la scrittura è vividissima e riccamente ornata, ed esalta la gioia espressa dal testo per l’apertura delle porte del Reame. Il n. 8 (Thou sittest at the right hand of God) è di grande importanza strutturale, articolato in tre sezioni che conducono alla spettrale nudità dell’attesa del Giudizio attraverso un’invocazione estrema d’aiuto. L’esecuzione che ascolterete prevede l’intervento di tre solisti (baritono, tenore e soprano) in luogo delle corrispettive sezioni corali. Il movimento successivo (Day by day we magnify thee) ristabilisce il clima festoso e inaugura un trittico di chiusura, che prosegue con il n. 10 (Vouchsafe, o Lord), che si apre su uno splendido arioso dedicato al basso, accompagnato dagli archi: il terreno sembra scomparire sotto i nostri piedi, un senso di instabilità si insinua nell’ascoltatore. Il n. 11 (Lord, in thee have I trusted), infine costituisce l’ultimo, maestoso movimento. L’introduzione strumentale dove un grande rilievo assumono le trombe. Il coro fa quindi la sua ultima entrata, sorretto dall’intera orchestra, per dar vita a un fastoso finale. La composizione si chiude con quattro misure in grave, possente formula cadenzale di consapevole certezza per far esplodere le parole «let me never be confounded».

Fabrizio Cigni

Responsabile scientifico del Polo Musicale “Maria Antonella Galanti” del C.I.D.I.C.2024.

Info e Contatti:
segreteria@cidic.unipi.it

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